A Lecce, il Sabato di Passione che precede la Domenica delle Palme, si svolge l’annuale Fiera di S. Lazzaro,
caratterizzata ormai dalla vendita di ogni genere di merce
(abbigliamento, casalinghi, dolciumi, etc.), ma, prevalentemente, di
palme, intrecciate dalle abili mani di chi riesce a ricavare semplici
croci o panierini, secondo l'estro. In alternativa si trovano rami
d'olivo da fare benedire la domenica successiva. Ormai rarissime sono le "trénule", raganelle, e le "marange", arance amare. In passato i giovani regalavano alle fidanzate una "maràngia",
con il sottinteso invito ad accogliere la proposta d'amore per
l'intrinseco valore simbolico. Pare che l'arancia sia simbolo di
fecondità. Strano che questo frutto fosse delegato a inviare un
messaggio poetico, tenuto conto del sapore amaro, confermato da questa
locuzione: "maràngia, ci la chianta nu nde mangia" ("marangia", chi la pianta non ne mangia).
La "trénula", raganella o bàttola, è uno strumento formato da
una ruota dentata montata su un pezzo di legno che serve da manico,
intorno al quale è fissato un telaio con una lamina; agitando il manico,
la lamina striscia contro i denti della ruota producendo un suono
simile al gracidare delle raganelle. Essa ricorda il "crepitaculum" (crepitacolo) che produce un suono secco, simile a un crepitio; questo
aggeggio è usato in sostituzione delle campane durante la Settimana
Santa. Vi è un modo di dire, ironico e per nulla irriverente, riferito a
donna particolarmente ciarliera o, meglio, che sembra aver smesso di
parlare e subito riprende: "me pare nna trénula" (mi sembra una bàttola).
Il rione leccese di San Lazzaro, una cinquantina d’anni fa era comunemente indicato "lu Sannà",
denominazione antichissima. Quasi di fronte alla Chiesa di S. Lazzaro
si trova una colonna innalzata nel 1682, opera attribuita al maestro
muratore Giuseppe Bruno, sormontata dalla statua in
pietra raffigurante il santo; la colonna originariamente era situata al
centro del piazzale antistante la chiesa e, per sopravvenute esigenze di
traffico, fu collocata dov'è attualmente.
Un affresco con la raffigurazione di S. Lazzaro si trova nel tempietto intitolato a Santa Maria di Leuca del Belvedere (prima metà del XVII secolo), fuori l'abitato di Barbarano (frazione di Morciano di Leuca), nella contrada denominata "Leuca Piccola".
Da qualche anno, si è ripresa l'usanza che, il venerdì o il sabato
precedente la Domenica delle Palme un gruppo di adulti, accompagnandosi
con chitarre, fisarmoniche e tamburelli, vada a cantare "lu santu Làzzaru" (il santo Lazzaro), girando per le vie del paese e fermandosi presso le
abitazioni delle famiglie conosciute. In cambio dell'esecuzione di un
canto dal tono lamentevole, contenente diversi episodi del martirio di
Cristo, il gruppo chiede regali in natura: formaggio, olio, vino e
prevalentemente uova da conservare, in vista dell'imminente confezione
dei tradizionali cibi e dolci pasquali.
La liturgia della Domenica delle Palme, che accomuna tutta l'Italia
con la benedizione dei rami d’ulivo o delle palme, trova motivi di
distinzione in alcuni centri del Salento, dove sopravvive il rito della
benedizione che, in passato, avveniva dinanzi al "Sannà". "Sannà" è corruzione della nota invocazione ebraica "hoshi 'ah-nnà", che vuol dire "soccorrici!, salvaci!", conosciuta anche come "Osannà", termine entrato nella liturgia cristiana, nel "Sanctus" della Messa e nella ufficiatura della Domenica delle Palme, per celebrare l'ingresso trionfale di Cristo in Gerusalemme.
Quando arrivava la Domenica delle Palme, nel Salento si usava dire: "la uce, la cruce, le Parme: pasta e carne" (la voce, la croce, le Palme: pasta e carne); era un modo con cui si
richiamavano quei cibi che tornavano sul desco, dopo la lunga astinenza
della Quaresima. In alternativa si diceva: "dumìneca su’le Parme, l'àutra dumìneca pasta e carne", (domenica sono le Palme, l'altra domenica pasta e carne).
- Testo tratto dal sito https://www.portalecce.it.
- Foto tratte dal sito https://www.corrieresalentino.it (1) e dal sito "https://www.portalecce.it" (2).

